Di Giorgio Vacchiano (ricercatore in gestione e pianificazione forestale – Università degli Studi di Milano)

Il 2020-2021 verrà ricordato come il biennio della grande pandemia. SARS-CoV-2 ci ha ricordato che viviamo in un mondo profondamente interconnesso, nel quale ciò che avviene in una foresta tropicale o in un mercato umido dell’Asia orientale si riflette – dopo appena tre settimane – sulle vite di miliardi di persone nel mondo.
Lo abbiamo sperimentato soffrendo in prima persona, come cittadini e come comunità tra le più colpite dal virus. Questo impatto devastante, al tempo stesso, ha fatto venir meno una delle giustificazioni più efficaci che avevamo per ignorare la necessità di azioni urgenti: quella di non avere ancora sperimentato in prima persona le conseguenze della crisi del clima e della biodiversità.

Capire le connessioni circolari tra il nostro stile di vita e di consumo, i cambiamenti del clima, l’estinzione di centinaia di specie ogni anno e le ripercussioni di questi processi sul benessere fisico, economico e sociale resta però un’impresa difficile.
Non è tanto questione di scarso interesse, insufficiente volontà, debole orientamento etico.
La fatica di comprendere in modo comunitario quanto sta accadendo ai nostri sistemi vitali, e quindi agire di conseguenza, è anzitutto un tallone d’Achille evolutivo della nostra specie.
Nei suoi duecentomila anni di storia, Homo sapiens ha imparato a gestire risorse e minacce che esprimevano i loro effetti su tempi e distanze limitati – la vita si programmava con un orizzonte di qualche giorno o qualche mese, e per farlo era sufficiente conoscere bene una quantità limitata di nostri simili (circa centocinquanta) e un territorio di qualche decina o centinaia di chilometri quadrati. 

Nulla a che vedere con il rapporto causa-effetto che oggi collega la fusione del ghiacciaio Thwaites in Antartide occidentale e l’innalzamento del livello del mare a Venezia, il calore portato sulla British Columbia dalla corrente a getto con le emissioni di gas serra degli anni ’80, l’inaridimento del Sahel o della Pampa argentina con la deforestazione “incorporata” nella soia che importiamo per i nostri allevamenti di polli.
Interiorizzare e saper prevedere fenomeni che si giocano su spazi e tempi così vasti è un’impresa titanica, un “salto di scala” per il quale cui il genere umano non è cognitivamente ed emotivamente predisposto, molto più estremo di quando Colombo e i navigatori rinascimentali allargarono improvvisamente gli orizzonti delle carte geografiche, lasciando relativamente invariata la vita quotidiana di decine di milioni di europei e suscitando al tempo stesso fenomeni sociali, ambientali e persino climatici su larga scala di cui colo recentemente iniziamo a comprendere gli effetti.

Nessuna meraviglia quindi per il negazionismo, quello dettato da una innata incapacità di interiorizzare fenomeni così ampi, così come quello su cui soffiano interessi economici, geopolitici o semplicemente di immagine, che trovano buon sèguito nei bias cognitivi che caratterizzano ogni uomo e donna su questo pianeta – scienziati compresi. Questo è il motivo di fondo per cui anche lo spavento preso per la pandemia rischia di lasciarci fondamentalmente uguali a prima.

Durante i lockdown che hanno costretto all’isolamento un terzo della popolazione mondiale, si è fatta strada la convinzione che questo shock rappresentasse una prova generale di ciò che ci aspetta con il cambiamento climatico, sebbene su scale temporali differenti. Ma la differenza è tutta qui: rispetto a quella pandemica, l’evoluzione della crisi climatica appare decisamente più lenta e remota, inducendo l’opinione pubblica a percepirla come meno critica e urgente. Almeno finché non ci tocca anche lei da molto vicino. E sempre per questa ragione, la crisi della biodiversità rimane essenzialmente ignorata, i suoi effetti troppo complessi nel tempo e nello spazio per poter essere già percepiti direttamente dal nostro cervello del neolitico. 

Eppure, la sesta estizione di massa della vita sulla Terra – questo non è affatto solo un modo di dire – ha effetti moto concreti sulla nostra vita: riduce l’efficacia degli ecosistemi nel combattare la crisi climatica; diminuisce la produttività delle terre coltivate; minaccia la sicurezza alimentare e idrica di centinaia di milioni di persone, inducendo grandi migrazioni; svuota i mari dal pescato; accelera la diffusione di malattie batteriche o virali a vettore animale. 

Allo stesso tempo le città subiscono ondate di calore sempre più frequenti, e da un anno all’altro osserviamo il ripetersi di eventi con tempi di ritorno teoricamente superiori ai diecimila anni, come per le temperature estreme misurate in Siberia nel 2020 e in British Columbia all’inizio dell’estate 2021. La crisi climatica sta accelerando, e lo fa in fretta – molto più in fretta della nostra capacità di farla rallentare, di adattarci ai suoi effetti o anche solo di comprenderla. Potrei elencare qui le previsioni climatiche per la metà di questo secolo, gli aumenti di temperature, eventi estremi, incendi boschivi attesi dai modelli climatici (che finora si sono comportati in maniera estremamente accurata, quando non troppo ottimista). Ma non sarebbe efficace per suscitare una vera reazione: sono numeri, riferiti a un pianeta che sappiamo essere piccolo ma che è impossibile da abbracciare in una volta sola a chi non sia stato almeno una volta in orbita intorno ad esso, e a un tempo che ci sembra lontano rispetto alle preoccupazioni quotidiane – soprattutto per chi tra noi, e sono la maggioranza, si trova in situazioni di vulnerabilità fisica, psicologica, sociale, economica o lavorativa. Tragica ironia: persone e Paesi più colpiti dalle crisi causate dall’uomo sono spesso quelli che non si possono “permettere” di occuparsene, o che non hanno voce per farlo.

Forse funzionerebbe meglio se dicessi, semplicemente, che sono preoccupato.
Molto.
Di una proccupazione che vorrei condividere con il maggior numero possibile di miei simili, e che, lontana dal bloccarmi, grida invece perché troviamo una soluzione insieme. Ma come? Se la ragione e i numeri non bastano (e dirlo da scienziato fa abbastanza strano), cosa può aiutarci a compiere collettivamente il balzo percettivo di cui abbiamo così grande bisogno? 

Le storie.
Qualcosa a cui il nostro cervello neolitico è particolarmente sensibile. Una forma di conoscenza comunitaria che da sempre ci aiuta ad allargare gli orizzonti, proiettandoci in spazi e tempi più ampi di quelli della nostra vita.
Una storia è capace di farci vivere altre esistenze, di farci viaggiare nel passato e nel futuro, di farci guardare il mondo con gli occhi di altre persone. Di avvertirci di minacce che non riusciamo a percepire, e di farci sentire il bisogno viscerale di rispondere. Di agglomerare comunità immense intorno ai miti comuni, come ricorda spesso Yuval Noah Harari. 

Quali storie possiamo raccontare oggi sulla crisi del clima e della biodiversità?
Come raccontarle in modo suscitare l’emozione collettiva in grado di sollecitare risposte adeguate?
Cosa dobbiamo ascoltare per poter combattere diseguaglianze e superare interessi di parte, riconoscendo che quello che ci minaccia è molto più importante di quello che ci divide?
Quale narrazione può farci evolvere nel nostro rapporto con gli ecosistemi, affinché superiamo finalmente la falsa sensazione di essere separati dalla natura e sentiamo sotto pelle le intime connessioni che a lei ci intrecciano?
Quali corde emotive toccare – allarme, spavento, speranza, empatia – e quali immagini sono in grado di farlo?

A voi che partecipate Ci sarà un bel clima: non vi sembra questo il luogo ideale per trovare insieme queste risposte? 

Giorgio Vacchiano

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